La casa di carta: una recensione polemica

È del 3 aprile l’attesissima uscita della quarta parte della serie spagnola firmata Álex Pina, un successo mondiale distribuito da Netflix, argomento di discussione ad ogni latitudine, un pioggia di spoiler su ogni singola piattaforma social esistente. Indubbiamente la serie del momento.

Parliamo quindi di un fenomeno di massa che ha presto valicato i confini spagnoli per entrare a far parte non solo delle serie più amate ma dell’immaginario collettivo grazie alle sue tute rosse e alle maschere di Dalì. Ma è tutto oro quel che luccica?

Nonostante il clamoroso successo “La casa di carta” (LCDP) è sempre stato un prodotto di bassa qualità sia a livello narrativo che nei mezzi a disposizione per la sua realizzazione, per non parlare poi del gusto stilistico che evidentemente risente fin troppo delle influenze di una macchina produttiva abituata a lavorare moltissimo sulle soap opera. Si tratta di una serie di purissimo intrattenimento che fa del plot twist la sua cifra stilistica, mezzo per tenere alta l’attenzione di un pubblico che rimbalza da una parte all’altra come all’interno di un flipper rendendo tutto innegabilmente avvincente. Ma basta questo per considerarla un’ottima serie? Beh, no.

Dove nascono i problemi

Il principale problema de “La casa di carta” – quello da cui poi discendono tutti gli altri -, infatti, è che cerca costantemente di darsi un tono ma fallisce clamorosamente nel suo intento poiché si prende troppo sul serio. Non è scritto in nessun manuale esistente che un prodotto televisivo debba per forza essere “impegnato” per avere una propria dignità, per funzionare: esistono serie che fanno della qualità narrativa e stilistica il proprio punto di forza, che sono strumento di analisi del reale e poi ci sono serie il cui unico scopo è quello di intrattenere. Rientrare nella seconda categoria non è certamente un demerito, anzi, ogni anno vengono sfornate centinaia di serie così e hanno ugualmente il loro pubblico e la loro quota di mercato.

Da cosa si evince quindi che LCDP è caduta in questo tranello? Innanzitutto per questo incessante tentativo di sopraelevare di senso quella che è semplicemente una rapina: il richiamo all’immaginario di Robin Hood è chiaro fin dal primo momento, reso visivamente dalla popolazione che acclama questo manipolo di ladri fuori la Zecca, appoggiando tutto ciò nonostante stiano rubando letteralmente dalle loro tasche. Una retorica populista francamente fastidiosa. Ma non finisce certo qui.

Una delle peggiori modalità narrative con cui gli autori inondano puntate su puntate è quella che potremmo definire la quota tema importante: non c’è un discorso più ampio, qualcosa che venga analizzato in maniera approfondita dando senso a quel che si sta cercando di comunicare al pubblico, no, semplicemente vengono aggiunti alle storyline senza mai preoccuparsi di contestualizzarli e armonizzarli alla narrazione.

Un esempio su tutti? Il femminismo. Un femminismo da salotto, utile soltanto per darsi un tono, riassumibile nello slogan empieza el matriarcado pronunciato da Nairobi. E parlo di slogan a caso ma perché tale è rimasto: da lì in poi non si è mai pensato di portare avanti un ragionamento più organico sulla questione ma, in pieno stile LCDP, si è scelto di far durare la cosa l’arco di una puntata e basta. Uno slogan d’impatto ma soltanto per essere condiviso sui social e diventare virale, mai sviluppato fino in fondo: non c’è niente di male nel cercare di ottenere questo effetto (toccare l’immaginario con la tuta rossa è allo stesso livello), soltanto che non c’è bisogno di costruire frasi iconiche per attaccarsi addosso l’etichetta di serie femminista quando basterebbe essere in grado di scrivere personaggi femminili forti, ben delineati e con un ruolo rilevante all’interno della narrazione.

E ancora. È assolutamente necessario soffermarsi sul concetto di sospensione dell’incredulità che indica quel tacito accordo fra il pubblico e il testo di riferimento: è questo patto comunicativo che rende possibile un’efficace ricezione di un prodotto dell’immaginazione perché, grazie ad esso, diventa possibile per il pubblico accettare lo scarto inevitabile che c’è fra la realtà e ciò che gli viene raccontato. È sostanzialmente un atto di fiducia che il pubblico fa verso il prodotto che sta seguendo e, nel caso de LCDP, possiamo parlare anche di un vero e proprio atto di fede. Credere a quel che succede in questa serie sta diventando sempre più complicato con il passare degli episodi.

E allora, nonostante tutto ciò, com’è che la serie continua ad essere così seguita? Indubbiamente la sua capacità di essere una narrazione avvincente, di tenere incollato il pubblico allo schermo e sono gli innumerevoli plot twist e cliffhanger ad aiutare in questo senso. Basare un’intera serie soltanto su questi due meccanismi, però, è una scelta controproducente: nel breve garantisce un grado di attenzione molto alto (l’effetto sorpresa è sempre una carta vincente) ma sul lungo periodo diventa sempre più difficile gestire una serie con sei/sette colpi di scena a puntata perché prima o poi la fantasia arriva al capolinea e la probabilità di scrivere cose senza senso aumenta in maniera esponenziale. Questa è una delle pecche peggiori de LCDP e sarà sempre più il suo principale problema.

La struttura de #LaCasaDiCarta

Analizziamo ora più da vicino la struttura della serie: la narrazione è guidata in voice over da Tokyo che ripercorre insieme allo spettatore la storia della rapina alternando il tutto a dei flashback sulla preparazione della stessa. Nello specifico, poi, LCDP è finora divisa in quattro stagioni (o parti), di cui le prime due costituiscono un’unità narrativa autoconclusiva mentre il secondo blocco avrà almeno una terza parte prima di considerarsi concluso. Principalmente si delineano due nette differenze:

  • NARRATIVE. È lecito dire che LCDP fosse da considerarsi conclusa con la seconda parte che era a tutti gli effetti un perfetto finale di serie. L’enorme successo, però, ha “costretto” gli autori a ritornare su un materiale narrativo che non aveva più niente da dire perché il piano degli autori seguiva evidentemente un filo logico che aveva come fine ultimo la risoluzione della rapina. Inevitabile, però, che il grande risultato di pubblico portasse ad una nuova stagione: non è né la prima né l’ultima volta che questo accade ma resta comunque una scelta pericolosa poiché sono pochi i casi in cui decisioni del genere si rivelano poi narrativamente efficaci. LCDP non è certamente riuscita ad essere un’eccezione, anzi, è precipitata sempre più;

  • BUDGET: il clamoroso successo, però, ha portato anche un cambiamento potenzialmente positivo ossia un consistente aumento di budget a disposizione. Se la fotografia (ma anche la regia) delle prime due stagioni era alla stregua di una qualsiasi fiction targata Mediaset, quella dalla terza parte in poi ha compiuto un deciso balzo in avanti diventando senza ombra di dubbio l’unico netto miglioramento della serie.

Al miglioramento tecnico, però, non è conseguito quello narrativo: l’aumento di budget e quindi l’opportunità di dare maggiore forza alla storia non è stata certamente colta all’interno del team creativo, anzi, è esattamente vero il contrario. Se nella prima stagione il plot era ben gestito, già nella seconda qualcosa comincia a scricchiolare: i momenti nonsense cominciano a moltiplicarsi, comincia a diventare difficile chiudere un occhio su alcune scelte. Ma, tutto sommato, si conclude comunque in maniera accettabile dal momento che sia il piano del Professore che quello degli autori può dirsi ben riuscito. Il grande successo, come sottolineato prima, ha però costretto gli autori a riprendere in mano un prodotto ormai concluso con pessime conseguenze.

Ovviamente nessuno vive nel mondo delle favole e la serialità televisiva è a tutti gli effetti un’industria e come tale ha nel profitto il suo obiettivo – com’è normale che sia – e quindi questo significa anche “piegarsi” a queste logiche. Non necessariamente questo implica un prodotto di scarso livello ma nel caso de LCDP è stato certamente così.

La quarta stagione: un focus sui personaggi

Analizziamo ora in maniera più approfondita la quarta stagione, l’ultima uscita. ATTENZIONE: da qui in poi ci saranno spoiler quindi, se ancora non avete completato la visione della serie è meglio fermarsi con la lettura.

Questa stagione riprende esattamente dal cliffhanger a conclusione della scorsa quando un’Alicia Sierra sempre più senza scrupoli decide di sfruttare il figlio di Nairobi per costringerla ad uscire allo scoperto e ordinare quindi ai cecchini di spararle. Da questo momento in poi, inizia quella che non possono non definire la fiera delle stronzate: per ben sei puntate su otto la sospensione dell’incredulità viene totalmente ignorata, svuotata di senso e credere a quel che succede sui nostri schermi diventa davvero impossibile.

Il livello di drammaticità necessario a tenere alta l’attenzione dello spettatore è minata costantemente da una sequela di scene non solo irreali ma anche davvero grottesche, involontariamente comiche. Ne consegue quindi il fatto che il carico drammatico che, ad esempio, abbraccia tutto l’arco narrativo di Nairobi, venga letteralmente fatto a pezzi con un accanimento su questo personaggio a tratti imbarazzante. Tre sono le pessime scelte narrative che la riguardano e fanno scivolare il tutto nel trash:

  • L’OPERAZIONE. Qui si è veramente rasentato il ridicolo: Tokyo, dall’oggi al domani, si improvvisa medico chirurgo d’emergenza senza alcuna competenza (all’inizio perlomeno aiutata tramite video e poi costretta ad andare avanti alla cieca quando il collegamento viene interrotto) concludendo comunque l’operazione brillantemente come neanche Meredith Gey e Derek Shepherd avrebbero mai osato.

  • POST OPERATORIO E SEDIA A ROTELLE. Continuando poi con la medicina ai tempi di Grey’s Anatomy, vediamo Nairobi tornare dal regno dei morti in buone condizioni e riuscire persino ad alzarsi dal letto finendo su una specie sedia a rotelle elettrica arredata con tanto di mitra. Il trash nella sua più pura essenza;

  • LA CATTURA. La terza ma non meno pessima scena ritagliata addosso a Nairobi prevede il fatto che, mentre tutti gli altri sono all’inseguimento di Gandía, la nostra povera martire venga da lui catturata e la sua testa infilata nella porta e le sue braccia legate ad essa. Tutto ciò doveva conferire alla scena un altissimo tasso di drammaticità ma questo misto fra una crocefissione e un cappio medievale rende il tutto francamente troppo grottesco, annullando completamente il carico di drammaticità che avrebbe meritato l’intera sequenza che porterà poi alla sua morte.

Parliamo ora di una new entry: Gandía, il principale villain di questa stagione, un villain nella sua più pura essenza, di come non se ne fanno più. E non è certo un caso e mi spiego: si tratta di un personaggio senza una minima caratterizzazione se non quella del pazzo psicopatico tendenzialmente sadico e assetato di sangue, davvero troppo poco per funzionare al meglio. Anche qui emergono problemi di scrittura soprattutto quando, nel finale, questo misto fra Rambo e John Wick viene facilmente manipolato dal professore per costringerlo a ingannare la polizia. L’espediente inventato per piegare un sociopatico di questo genere? La minaccia alla famiglia e il povero Gandía si scioglie come neve al sole. Una soluzione poco credibile poiché completamente out of character, che stride con quel che si è mostrato allo spettatore per intere puntate.

Nell’economia della serie, però, c’è una figura che da sola funge da cardine per l’intera storia: il Professore, la mente geniale dietro la rapina ma anche il centro stesso della serie perché senza di lui e il suo gioco ad incastri, i suoi piani questa non sarebbe altro che una scialba rapina senza alcun guizzo dando quindi senso all’intera narrazione. Benché anche nel suo caso tocchi dimenticarsi il concetto di sospensione di incredulità resta comunque il personaggio che dà senso all’intera narrazione essendo praticamente l’architrave che dà struttura alla serie stessa.

La sua importanza in questa quarta stagione è stata sottolineata anche e soprattutto dalla sua assenza: scosso dalla (falsa) morte di Lisbona anche il Professore perde il polso della situazione e nel lasso di tempo che ci mette a recuperarla, la serie va completamente allo sbando. Dentro la Zecca la situazione precipita fino al punto che la banda si sfalda, Palermo viene legato e, per ripicca, fa sì che Gandía venga liberato segnando quindi l’inizio della fine che porterà prima alla cattura di Tokyo e poi alla morte di Nairobi. Nel momento in cui, però, riprende il controllo di sé, la stagione riacquista una parvenza di senso: la settima e l’ottava puntata, infatti, sono le più godibili (quelle dove il Piano Parigi per il recupero di Lisbona prende vita) perché la cosa che più affascina di questa serie è il Professore che gioca a scacchi con la polizia muovendo le pedine con una certa maestria.

Uno dei migliori personaggi assieme al Professore è Alicia Sierra. Introdotta nella scorsa stagione, è l’Ispettrice della polizia prima incaricata di interrogare – e quindi torturare – Rio per ottenere informazioni e poi vero deus ex machina delle trattative con il Professore e la banda all’interno della Zecca di Stato incarnando perfettamente il ruolo di villain della serie. Si tratta di un personaggio spregiudicato, senza scrupoli, anche qui con tratti di sociopatia (ma ben delineati a differenza del pessimo lavoro fatto su Gandía) e sopratutto rappresenta anche uno dei pochissimi guizzi creativi degli autori: quando si scrive un personaggio si fa necessariamente riferimento ad un immaginario comune che viene plasmato attraverso gli archetipi e qui è stato ripreso quello della Grande Madre ma nella sua versione di cattiva, quello della Matrigna. Infatti Alicia è evidentemente incinta, si aggira sulla scena con il suo ingombrante pancione e tutto ciò stride in maniera terribile con la classica rappresentazione socialmente accettata dell’essere madre: è una donna fiera, spietata, meschina, l’esatto opposto di quel che dovrebbe.

Questi due personaggi, però, non riescono da soli a risollevare le sorti della serie dalla mediocrità, anzi, per concludere questa disamina mi vorrei infine concentrare su un personaggio ormai secondario ma che descrive perfettamente quanto LCDP sia un pessimo prodotto: Arturito. E torniamo quindi a parlare della famosa questione “quota tema importante” che in questo caso tocca vette incredibili mettendo nel mezzo un argomento delicatissimo come lo stupro. In queste puntate Arturo si avvicina tantissimo ad una degli ostaggi, Amanda, la visibilmente circuisce, la droga e infine la stupra. Quello che dovrebbe essere un momento di riflessione importante su argomento così sentito è invece lanciato lì nel mezzo senza alcuno spessore, come se parlare di una violenza così efferata potesse essere qualcosa su cui creare un paio di scene e poi farsi distrarre da altro come niente fosse. E il senso di creare tutto ciò attorno una figura come quella di Arturito? Era davvero necessario? Direi di no, ma anche qui emerge quel bisogno costante di darsi un tono che sta facendo precipitare la serie nel baratro. Peccato.

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