Top 10 libri letti nel 2019

E insomma, finalmente è giunto il momento di inaugurare questo blog in maniera ufficiale. Ho infatti deciso di aprire le danze con il motivo per cui questo posto è nato perché bisogna sempre partire dalle basi: parliamo quindi di libri, di quei libri che nel corso del 2019 mi hanno colpito di più, di quei libri che mi hanno lasciato qualcosa, di quei libri che mi hanno rapita e trascinata via col loro.

Cosa recita quindi il bilancio di questo 2019 di letture? Beh, ho sicuramente recuperato moltissimi libri (all’incirca 70), scoprendo nuovi scrittori e scrittrici, nuovi mondi, nuovi modi di intendere la scrittura ma non direi che si è trattato di un anno del tutto esaltante: ho letto tanti testi che non hanno spostato niente, sia in negativo che in positivo, forse troppi. Ma i dieci di cui vado ora a parlarvi sono sicuramente libri che hanno risollevato alla grande l’andazzo altalenante di quest’anno.

N. B. Piccola ma necessaria premessa: si tratta di una classifica puramente personale e rigorosamente presentata in ordine di apprezzamento, dal gradino più basso fino a raggiungere la tanto agognata vetta. Inoltre vi ricordo che c’è anche un video dedicato alle sole prime cinque posizioni anche sul mio canale YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=jrFv0hWmK2Y&t=2s).

Pronti a scoprirla insieme? Iniziamo!

10. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, Yuval Noah Harari

Iniziamo a parlare dei migliori libri del 2019 con un saggio ambiziosissimo in cui il professor Harari ci racconta la storia dell’umanità dalla Preistoria ai giorni nostri con l’obiettivo di semplificare e raggiungere un pubblico molto vasto, di non esperti con una prosa accattivante che tiene davvero il lettore incollato alle pagine. La struttura di questo testo prende forma attorno le tre rivoluzioni che hanno segnato il nostro percorso nei secoli: la prima (circa 70 000 anni fa) fu la rivoluzione cognitiva la quale permise all’Homo Sapiens di diventare l’unica specie umana sulla Terra grazie alla nostra capacità di immaginare cose in astratto, la seconda (circa 12 000 anni fa) fu la rivoluzione agricola che modificò radicalmente il nostro modo di vivere e interagire con l’ambiente grazie alla coltivazione dei cereali, interrompendo quindi il nostro essere dei nomadi. Infine troviamo la rivoluzione scientifica (circa 500 anni fa) che gira attorno al ruolo dell’ignoranza: prima di allora l’obiettivo era quello di preservare le conoscenze già acquisite in modo da legittimare la propria posizione di potere (unito al fatto che per la religione era inconcepibile che nella Bibbia non fosse contenuto tutto il sapere a disposizione) ma la scienza cambiò completamente il paradigma, permettendoci di espandere i nostri orizzonti, di andare oltre. Un saggio davvero ben scritto, molto ambizioso ma sicuramente più che riuscito.

(Bompiani, 2014, pp. 540).

9. Lasciami andare madre, Helga Schneider

Il primo memoir di questa classifica, sicuramente il più straziante. Helga Schneider è solo una bambina quando sua madre la abbandona per arruolarsi fra le fila dei nazisti, un dolore devastante che l’accompagnerà per tutta la vita. In questo testo ci racconta il suo ultimo incontro (datato 1998) con questa madre ormai anziana, mentalmente sempre meno presente ma ancora caparbia, a tratti sfrontata: è il racconto di una figlia che vorrebbe trovarsi di fronte una donna finalmente sconfitta e pentita degli orrori commessi ma ancora, dopo tutti quegli anni, l’unico sentimento che emerge è quello della fierezza, usata per ferire questa figlia colpevole di non capire, di non cogliere la portata della “missione” a cui era stata chiamata. La Schneider oscilla costantemente fra il bisogno di odiarla, di prendere le distanze da lei e quello di sapere, di conoscere, di cogliere anche il minimo accenno di pentimento che, però, non giunge mai: come se questo potesse, in qualche modo, aiutarla a sentirsi meno responsabile (in quanto tedesca) di tutto quell’orrore senza senso perpetrato. Una coltellata nello stomaco, un libro agghiacciante, un punto di vista terribilmente necessario.

(Adelphi, 2004, pp. 130).

8. Eureka street, Robert McLiam Wilson

Questo libro è qui per due motivi: il mio amore sconsiderato per i protagonisti senza arte né parte che abitano ogni paese della Gran Bretagna e un capitolo che da solo vale l’acquisto e la lettura del testo: lo struggente racconto di uno dei tanti attentati perpetrati dall’IRA. Siamo infatti a Belfast e questa è la storia dell’amicizia fra Chuckie e Jake, uno protestante e l’altro cattolico: il primo, un ragazzotto grassottello e sempliciotto con un intuito formidabile per gli affari, il secondo, un duro dal cuore tenero, in cerca di un amore che gli riempia la vita. Il tutto si snoda sullo sfondo di una città che vive nel timore delle bombe, del sangue, agitata da conflitti irrisolti che vengono espletati in tutto il loro orrore nel capitolo dell’attentato, un capitolo che smorza completamente il tono leggero che pervade il testo.

(Fazi Editore, 2010, pp. 414).

7. Preghiera per Černobyl’, Svetlana Aleksievič

Questo testo era sul mio Kindle da un bel po’ di tempo ma non avevo mai avuto il coraggio di leggerlo: spinta dalla visione di quel gioiellino che è stata la miniserie HBO Chernobyl (di cui vi parlo qui, nel video YT dedicato alle migliori serie tv del 2019) pensavo di essere finalmente pronta a leggerlo. Inutile dire che mi sbagliavo di grosso. Parliamo di un reportage un po’ particolare perché qui la Aleksievič scompare completamente, si fa da parte per lasciare la parola a chi non l’ha mai avuta: le vittime, le persone coinvolte più da vicino nel disastro nucleare. Tre anni di viaggi e peregrinazioni in cui la scrittrice Premio Nobel 2015 ha raccolto centinaia e centinaia di testimonianze, coinvolgendo le persone più disparate e riuscendo a cogliere perfettamente l’enorme portata portata del disastro perché non interessata a raccontare i fatti ma piuttosto a dare voce alle vittime e alle terribili conseguenze da loro patite a causa della spregiudicatezza altrui. Ciò che emerge prepotentemente è che Černobyl’ non è stata una “semplice” tragedia ma uno spartiacque nella storia della Russia, qualcosa che cambia completamente il paradigma, la prima crepa nel muro dell’URSS. Un testo necessario perché Černobyl’ non è un fatto lontano ma qualcosa che ci riguarda ancora oggi, un perenne reminder di che tragedia possa scatenare un mix di ignoranza e tracotanza, di fede cieca e di rifiuto della competenza.

(e/o, 1997, pp. 384).

6. Storia di Ásta, Jón Kalman Stefánsson

Una delle migliori scoperte di quest’anno è stato sicuramente Jón Kalman Stefánsson, un autore di cui voglio assolutamente recuperare l’intera bibliografia. Islanda, anni 50. Sigvaldi e la giovanissima Helga vivono un’appassionata storia d’amore e di passione dal quale nascerà Asta; l’idillio, però, viene presto spezzato e così seguiamo la nostra protagonista mentre diventa una ragazza fiera, irrequieta, una donna ammaliante ma non si tratta di un romanzo lineare, che segue un ordine cronologico. È più una peregrinazione nei sentimenti che lineari non lo sono mai per definizione, con diversi punti di vista che si alternano oltre le diverse dimensioni temporali che vengono toccate per raccontare di Asta, il rapporto con il padre, con l’abbandono, con l’amore per poi chiedersi: è davvero possibile raccontare ciò che è una persona, la sua storia? Un testo con una prosa lirica, quasi vicina alla poesia, in grado di esplorare come poche altre i sentimenti umani, il mondo emotivo dei suoi personaggi costruiti con una maestria davvero impressionante.

(Iperborea, 2018, pp. 325).

5. Habibi, Craig Thompson

L’unica graphic novel presente in questa classifica, un nuovo testo che riconferma il mio amore spropositato per Craig Thompson, nato con Blankets. Qui l’ambientazione, però, è completamente diversa: siamo in un luogo indefinito ma decisamente “arabeggiante”, persi fra harem, deserti, racconti epici, disegni di una qualità pazzesca che, però, vuol raccontarci semplicemente cos’è l’amore parlandoci di Dodola e Zam. La prima è solo una bambina quando viene venduta ad un uomo molto più grande e crescerà intrappolata in questo mondo di uomini che la sfruttano e le tolgono ogni velo d’innocenza, il secondo è un orfano che in Dodola trova prima una madre e poi una donna da amare di un sentimento puro, purissimo, viscerale. Thompson si riconferma di una delicatezza disarmante nel raccontare le proprie storie e nell’inserire in maniera armoniosa l’argomento religioso nei suoi testi, per non parlare dello spettacolo visivo che è sfogliare le pagine di questa graphic novel.

(Faber&Faber, 2011, pp. 672).

4. La storia di un matrimonio, Andrew Sean Greer

Conosciamo davvero la persona che abbiamo accanto, quella che amiamo? E’ attorno a questo interrogativo che ci costruisce questo testo e quindi la storia di Pearlie e Holden, una coppia di sposi che vive a San Francisco nei primi anni Cinquanta, immersa in una atmosfera che ancora sa di guerra, di un passato che sembra essere ancora lì, vivo e presente. Pearlie è convinta di vivere un amore perfetto fino al momento in cui, invece, comincia a notare le crepe in questo castello di sabbia che si è costruita per non vedere: passo dopo passo, infatti, scopriamo la verità, pezzi di essa in un susseguirsi di colpi di scena che catturano l’attenzione del lettore, in questo gioco d’incastri che è la cifra stilistica di Greer nel testo. Un libro con un punto di vista molto particolare sull’amore, su cui riflettere.

(Adelphi, 2008, pp. 224).

3. Gli anni, Annie Ernaux

Ed eccoci qui, finalmente sul podio! Con il terzo posto vi parlo di questa autrice francese che avevo conosciuto con “L’altra figlia” ma è con questo testo che mi ha definitivamente conquistata. Qui abbiamo il secondo memoir di questa classifica ma un memoir di tutta altra fattura: la Ernaux, infatti, compie un’operazione diversa, molto complessa ma sicuramente riuscita alla perfezione intrecciando il suo vissuto, la sua storia con la Storia della Francia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri. Non c’è soltanto l’io, il tempo e gli anni della Ernaux, è presente anche il Noi perché questa Storia non riguarda soltanto la nostri scrittrice ma tutti noi trasformando questo romanzo in un ibrido fra autobiografia e cronaca collettiva di eventi centrali come la Liberazione, De Gaulle, il ’68, l’emancipazione femminile, l’11 settembre e tanto altro ancora. Un testo che ti trascina in questo vortice, che ti fa rivivere insieme alla Ernaux ciò che è stata la storia del Novecento e non solo, una scrittura davvero da lasciare senza fiato.

(L’Orma, 2015, pp. 266).

2. La casa della moschea, Kader Abolah

Il mio primo Abdolah, finalmente. Si tratta di un Iperborea che volevo leggere da tantissimo e che mi ha letteralmente conquistata. Siamo in Iran e Aga Jan è un ricco mercante e patriarca della moschea di Senjan, luogo dove amori, matrimoni, tresche e libertà scorrono in una sorta di armonia fiabesca interrotta bruscamente dalla fine dell’impero dello scià e l’inizio dell’ascesa di Khomeini, della Rivoluzione Islamica. E così ha inizio un periodo terribile dove quella bellissima atmosfera sognante va in pezzi sostituita dal terrore, dalla paura, dal tradimento, dalla guerra che spezza anche le ultime speranze con questa splendida figura di Aga Jan che rimane lì come costante promemoria di quel che è stato e che sta andando perduto, un uomo che non riconosce più la sua gente, la sua moschea ormai sprofondata nel fervore rivoluzionario. Un testo che racconta una pezzo di storia di cui amo molto leggere e lo fa con una scrittura poetica, evocativa che è in grado di trascinare con sé il lettore. Un autore sicuramente da approfondire.

(Iperborea, 2007, pp. 472).

1. La famiglia Karnowski, Israel B. Singer

E finalmente siamo giunti alla prima posizione con un testo di letteratura ebraica che lo scorso anno ha riconfermato il mio amore per Israel B. Singer. Una saga familiare che mette a confronto tre generazioni di ebrei, tre diversi modi di rapportarsi alla religione: la stretta osservanza mitigata dalla voglia di riscatto del nonno David, il distacco del figlio Georg che si sente più tedesco che ebreo e il rifiuto del nipote Jegor, rifiuto che lo farà arrivare fino alle estreme conseguenze invischiandolo col regime nazista. Un’attenta riflessione sul concetto di identità, su come questa si costruisce, sul sentirsi stranieri in terra straniera e sul perenne oscillare dei protagonista fra l’essere ebrei e l’essere tedeschi in una Germania che prima sembra voler essere la loro casa e poi scivola nell’orrida follia dell’antisemitismo distruggendo tutti i passi fatti fino ad allora. Un testo scritto in maniera esemplare, di ampio respiro che ci racconta sì la storia di questa famiglia ma che ci permette anche di esplorare da vicino il fallimento di ciò che fu la Repubblica di Weimar, assolutamente da leggere.

(Adelphi, 2015, pp. 498).

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