Papà, fammi una promessa: Joe Biden si racconta

È il 2017 quando Joe Biden dà alle stampe il suo memoir, quello in cui racconta i quindici mesi che l’hanno portato alla decisione più importante della sua carriera politica: non presentarsi alle primarie democratiche che l’avrebbero visto scontrarsi con Hillary Clinton e Bernie Sanders, primarie che avrebbero anche potuto lanciarlo verso la sfida contro Donald Trump.

Ci sono però momenti della vita dove trentasei anni da senatore del Delaware e nove da vicepresidente dell’amministrazione Obama – una vita intera a servizio del proprio Paese – passano inevitabilmente in secondo piano, quelli in cui è necessario imparare a convivere con un lutto devastante che ti porterai dietro per sempre: Beau, il maggiore dei suoi figli, muore dopo un lungo calvario fatto di speranze, coraggio ma anche di dolore e di impotenza davanti ad un male troppo grande per essere battuto, un glioblastoma al cervello.

Non fatevi, ingannare, però, Papà, fammi una promessa non vuole essere (soltanto) il racconto della malattia di Beau (peraltro vissuta nel massimo riserbo, lontana dai riflettori) quanto un atto d’amore: Joe Biden celebra così suo figlio ma anche e soprattutto la forza della propria famiglia, il legame indissolubile che li lega e l’amore profondo che li tiene uniti anche dinanzi ad un vuoto così grande, quel vuoto che si è già trovato ad affrontare anni addietro quando la prima moglie Neilia e la figlia Naomi morirono in un incidente stradale.

L’aspetto più interessante di questo testo è senz’altro quello per cui Joe Biden si ritrova a fronteggiare quei quindici mesi di lotta contro il glioblastoma mentre è ancora il vicepresidente degli Stati Uniti, impegnato fortemente in politica estera: scenari come quello dello scontro Ucraina-Russia, l’Iraq, la lotta all’ISIS e il panorama politico centroamericano si dipanano in contemporanea ad una vita fatta anche di stanze d’ospedale, di tentativi di cure, di deterioramento fisico in un calderone di emozioni che travolge il lettore. Cosa bisogna fare in momenti del genere? È giusto mettere da parte gli impegni per stare con la propria famiglia, accanto a Beau? Impossibile: questa, nonostante tutto, non è mai stata una vera opzione sul tavolo dei Biden.

«Trova uno scopo. Non importava cosa mi aspettasse: mi aggrappavo al mio scopo. Mi aggrappavo con tutto me stesso. Temevo che tutto il mondo sarebbe potuto crollare se avessi perso quell’ancora e avessi lasciato che la lotta di Beau mi consumasse. Non volevo deludere il mio paese, l’amministrazione Obama, la mia famiglia, me stesso e soprattutto non volevo deludere il mio Beau».

Difatti ciò che salta subito all’occhio leggendo questo libro è un fortissimo senso del dovere, dello stato, dell’impegno che Biden ha preso quarant’anni prima con il Delaware, l’America ed è anche lo stesso Beau il primo a volere che suo padre non si tiri indietro a causa sua. “Promettimi che starai bene”, continua a ripetergli e non parla mai di come sopravvivere a una morte che sa essere nell’orizzonte delle possibilità ma semplicemente non vuole che suo padre venga meno a quella responsabilità verso il prossimo, a quella vita dedicata al proprio paese.

Ciò che emerge chiaramente è l’autenticità del racconto di Joe Biden: sì, c’è un filo di retorica di troppo che viene fuori durante la lettura – la forza, il coraggio, il non arrendersi mai nonostante tutto – ma anche una retorica molto americana, costruita sul fatto di sentirsi un po’ i salvatori del mondo e mai i colpevoli di tanta distruzione che però si supera abbastanza agilmente perché il prossimo presidente USA risulta vero, racconta uno squarcio di vita famigliare senza risparmiarsi elaborando un lutto così grande assieme al lettore. Si mette a nudo, ripercorre fatti, eventi, particolari, racconta il dietro le quinte della sua vita, della sua famiglia ma anche del suo rapporto di profondissima amicizia che lo lega a Barack Obama e ne traccia un ritratto che aggiunge nuove sfaccettature a una figura così importante. Una testimonianza che non scade mai nel melenso ma che colpisce il lettore perché nonostante le innumerevoli differenze che esistono tra un politico di questo rilievo e il pubblico a cui si rivolge il dolore colpisce tutti, ci fa piangere e ci avvicina anche quando sembra impossibile.

«Dal momento in cui è mancato, ogni giorno indosso al polso il rosario di Beau per ricordarmi cosa lui si aspettava da me. Dovrò assolvere a questo mio dovere, per sempre. Dovrò fare il mio lavoro di marito, padre e di nonno. […] Ma il vero punto non è la famiglia. Beau sapeva quanto è solida, sapeva che non c’è onda così forte che possa separarci. […] Beau era preoccupato che mi ritirassi dai miei obblighi verso il mondo esterno. Beau insisteva perché restassi fedele a me stesso e a tutte le cose a cui avevo lavorato per anni».

Papà, fammi una promessa è il modo attraverso cui Biden decide di raccontare perché non poteva candidarsi a quelle primarie – un lutto tutto da elaborare, una famiglia da tenere unita, legami a cui aggrapparsi – ma è anche e soprattutto il racconto delle motivazioni che lo hanno spinto a questa nuova discesa in campo che a gennaio lo porterà a diventare ufficialmente il 46° Presidente degli Stati Uniti, una nazione che mai come ora sembra essere attraversata da profonde divisioni e ferite che richiederanno tempo e fatti concreti per essere risanate dopo quattro anni di amministrazione Trump. È così che manterrà la parola data a suo figlio perché il desiderio più grande di Beau in quei quindici mesi è sempre stato soltanto uno, che la propria morte non portasse suo padre ad allontanarsi dalla vita pubblica americana, che era importante che tenesse fede a quell’impegno preso più di quarant’anni fa prima come senatore, poi come VP e ora come prossimo Presidente. Casa base, papà, casa base, come dicono i Biden.

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